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IL SAPERE DEI SENTIMENTI
Vanna Iori
I sentimenti: ostacolo
o risorsa nel lavoro sociale?
Gli attuali contesti socioeconomici, governati
da modelli culturali razionalistici e tecnicistici, privilegiano l'alfabetizzazione
logico-formale rispetto a quella affettivo-sentimentale. La vita dei sentimenti,
degli stati d'animo e degli affetti è considerata di secondaria
importanza ed è vista spesso come un "ostacolo" rispetto
al primato del cognitivo, un impedimento, un potenziale pericolo da arginare,
incanalare e circoscrivere.
La vita emotiva degli operatori nell'ambito
delle organizzazioni pubbliche o del privato sociale è stata presa
in considerazione soltanto a partire dagli anni Ottanta, quando apparvero
in Italia le prime ricerche statunitensi sul problema del burn-out
come "disturbo" degli operatori sociali. Le ricerche prodotte
negli anni successivi hanno progressivamente evidenziato il "rischio"
emotivo delle professioni d'aiuto e, contemporaneamente, la scarsa o nulla
possibilità di mutuo aiuto tra gli operatori stessi. Nonostante
ciò, molti sono coloro (soprattutto donne) che scelgono di intraprendere
le professioni del sociale. Se è vero che il burn-out debba
essere inteso come un dispositivo difensivo e demistificante di matrice
sado-masochistica, contenente elementi predatori, punitivi, mascherati
da motivazioni ideali
, appare allora in tutta la sua urgenza la necessità di approfondire
meglio la questione dei sentimenti in azione. La questione è di
fondamentale importanza poiché queste professioni coinvolgono alcuni
milioni di operatori e, tendenzialmente, tutta la popolazione in quanto
composta da cittadini e famiglie fruitori di uno o più servizi
sociali. Il termine burn-out significa letteralmente "bruciarsi,
essere bruciati, andare in tilt" ed è imputabile, in un certo
senso, ad un eccesso di sentimenti. Nel contesto dei lavoratori
sociali si tratta di una sindrome tipica dei lavori ad alta intensità
emotiva nel rapporto con l'altro e si manifesta con quella particolare
condizione di fatica e di stress che può cogliere coloro che lavorano
in ambito sociale, educativo e della cura. Si manifesta con una progressiva
perdita delle motivazioni iniziali e con una crisi del sistema di valori
basato sulla solidarietà, fino a giungere a sentimenti di cinismo
e ostilità verso gli utenti e di indifferenza o rabbia verso il
proprio lavoro .
Tale sindrome "può essere considerata un processo, il cui
inizio è rappresentato dall'esaurimento, il senso di essere prosciugato,
di dare continuamente senza ricevere nulla in cambio (e il burn-out
è stato anche definito come uno squilibrio tra risorse e richieste)
e che porterebbe, inevitabilmente, l'operatore a mettere in atto una serie
di difese come barriera contro l'angoscia
"
.
Sono i sentimenti la causa di questo problema?
Lo possono diventare per l'impossibilità di elaborarli, per la
mancanza, nelle strutture lavorative, di spazi e tempi che permettano
agli operatori l'espressione dei vissuti e dei significati legati all'assunzione
quotidiana di una parte di sofferenza dei soggetti con cui entrano
in relazione. L'ambito del lavoro di cura è indissolubilmente legato
all'affettività: non sempre però questa connessione è
riconosciuta e troppo spesso le è negato un ruolo e una visibilità,
in quanto è vista come dimensione che "intralcia" la
prestazione professionale.
La censura dell'emotività impedisce
di entrare correttamente in rapporto con la propria esposizione quotidiana
alla sofferenza che scaturisce dall'incontro con la vulnerabilità
dell'altro, sentita come un peso eccessivo ed intollerabile. Il riconoscimento
e l'elaborazione delle emozioni, invece, fa emergere un modo personalizzato
di lavorare, anche attraverso una migliore lettura e comprensione della
relazione con la sofferenza altrui. Come afferma Pisana Collodi, nei servizi
è stato assunto un modello di professionalità neutra,
impersonale. Questo clima di "neutralità" è
condiviso dagli operatori, che mettono così tra parentesi il loro
coinvolgimento, considerandolo un handicap. Il distacco emotivo si traduce
però in una depersonalizzazione del lavoro che, contrariamente
a quanto potrebbe apparire, anziché diminuire il disagio, conduce
ad un suo aumento. Si deve perciò dedurre che ogni intervento formativo
nelle strutture sociosanitarie deve necessariamente includere le dimensioni
dell'emotività ed i significati che le vengono attribuiti
.
Gli operatori sociali, avendo interiorizzato
un modello di lavoro improntato alla neutralità scientifica, esprimono
comportamenti conseguenti (ritenuti garanti della dignità professionale),
contrassegnati da distacco emotivo, negazione del personale, della soggettività,
del sentimento. L'emozione è marchiata, in senso svalutativo, come
scorrettezza, come colpa, come una manchevolezza da nascondere o da esperire
senza renderla visibile. La mescolanza di emozioni e scientificità
è guardata con riprovazione o con sospetto.
Ragione e sentimento
Per comprendere meglio l'attuale estromissione
della sfera affettiva dai servizi occorre pertanto comprendere meglio
come e donde abbia avuto origine questa sua svalutazione proprio in quelle
professioni che, avendo a che fare con le criticità dell'esistenza,
avrebbero avuto maggior obbligo di sviluppare competenze atte a riconoscere,
identificare e dare nome ai sentimenti per incrementare un'intelligenza
affettiva nelle competenze relazionali.
Il sapere scientifico predominante ha svalutato
la contaminazione tra emozioni e ragione e, nella separazione tra "mente"
e "cuore", ha stabilito una categorica gerarchia dell'una sull'altro.
Il sapere della scienza ha prevalso sulla saggezza.
Logos e Pathos, intelletto e sentimento,
razionalità ed emotività, logica e passione, oggettività
e soggettività: tradizionali contrapposizioni che rimandano all'antitesi
tra scientifico e artistico. Quanto di scientifico e quanto di
artistico, di affettivo, di etico è necessario
al lavoro di cura? Che nella storia del pensiero occidentale (almeno da
Cartesio in poi) abbia largamente predominato il primo elemento sui secondi
è fuor di dubbio. Il risultato di questa contrapposizione e l'assegnazione
di un indiscusso primato all'oggettività scientifica hanno prodotto
un progressivo disconoscimento del valore di tutto ciò che è
soggettivo. Il termine "scientifico" è divenuto sinonimo
di "oggettivo", "certo", "comprovato", "ineccepibile"
in quanto improntato a regole, basato su fondamenti logici e razionali,
non compromessi dall'ingerenza indebita del soggetto umano con i suoi
sentimenti. Per contro, il termine "soggettivo" è divenuto
sinonimo di "opinabile", "incerto", "fumoso",
"relativo", "infondato".
La separazione e contrapposizione tra il
mondo della scienza, dell'epistème e il mondo dell'opinabile,
della doxa discutibile e contestabile, privo di rigore e di metodo,
ha negato qualsiasi "sapere" dei sentimenti. Ciò che
non rientra nei dettami della scienza dell'esattezza (che misura, pesa,
calcola, cataloga, classifica) non è ritenuto una fonte attendibile
di sapere. Molti importanti epistemologi del nostro tempo hanno indicato
alternative epistemologiche rispetto al primato della scientificità
positivista: alternative apportatrici di un atteggiamento metodologico
di costante attenzione anche a ciò che, logicamente o empiricamente,
non si presta ad essere compreso entro le categorie consolidate o spiegato
attraverso la scienza di derivazione positivista. Edgar Morin, ad esempio,
ne Il metodo, denuncia i limiti di una scienza "oggettiva"
che ha perduto il suo soggetto, e lamenta che la scienza della specializzazione
si riferisca ad un metodo che separa, isola, misura:
le strutture dei singoli saperi sono così dissociate tra loro,
e ciò che non è "misurabile" con gli strumenti
della scienza oggettiva viene semplicemente ignorato, estromesso, cancellato
dall'ambito delle conoscenze scientifiche. Occorre "riapprendere
ad apprendere", sulla base di un sapere che "congiunga"
là dove la scienza ha insegnato a disgiungere. Il metodo scientifico
non è quindi soltanto riconducibile alle certezze (talvolta un
po' dogmatiche) della conoscenza classificatoria, poiché essa esclude
dall'ambito del sapere scientificamente fondato tutto ciò che è
incerto, complesso, sfuggente alle misurazioni
. La realtà è anche disordine e non è più
accettabile una scienza che rifiuta ed esclude dalla conoscenza ciò
che appartiene al disordine, connotandolo come "irrazionale".
La razionalizzazione finisce talvolta per
immiserire la realtà (multiforme e molteplice) in un ordine
che coincide con la "normalizzazione": l'eliminazione sistematica
di ciò che non è riconducibile alla norma, allo schema di
pre-comprensione adottato. L'anomalo, il diverso, il misterioso sono così
perduti per sempre, esclusi perché "a-nomali" e non traducibili
in dati oggettivi. È ancora Morin che afferma: "Parto anche
avendo bisogno di un principio di conoscenza che non soltanto rispetti,
ma altresì riconosca ciò che non è idealizzabile,
ciò che non è razionalizzabile, ciò che è
fuori norma, ciò che è enorme. Abbiamo bisogno di un principio
di conoscenza che non soltanto rispetti, ma riveli il mistero delle cose
" .
Dove si esprime la scientificità?
Coincide soltanto con la ragione dell'oggettivismo? Se il prevalere dell'oggettività
positivistica e dell'esattezza ha estromesso il soggetto dalla scienza,
quale scientificità presiede la conoscenza e l'azione nei confronti
del soggetto e delle relazioni tra soggetti? Soltanto restituendo dignità
scientifica alla soggettività è possibile una conoscenza
che non riduca a cosa il soggetto stesso, trattandolo come un oggetto,
e quindi "dis-umanizzandolo", privandolo delle caratteristiche
della sua "umanità", per meglio ricondurlo a dati e leggi
quantificabili razionalmente.
Quanto di irrazionale è invece pericolosamente
presente in una ragione fondata su certezze inconfutabili? La ragione
non sempre "illumina" e libera, non sempre l'estromissione dei
sentimenti è garanzia di maggiore scientificità e di conoscenza
più approfondita. Pertanto il sapere dei sentimenti non è
da porre in contrasto con il sapere della ragione. Si tratta piuttosto
di riferirsi ad una concezione di ragione aperta a nuove forme di razionalità,
comprendenti anche i vissuti esperienziali come fonte, non subalterna,
di conoscenza.
Il sapere dell'umanità si è
costruito nei secoli attraverso il continuo interagire di diverse logiche
e linguaggi: dalla parola che misura e analizza, alla parola poetica,
fino al silenzio ed al recupero della parola perduta. Attraverso una pluralità
di linguaggi sarà possibile costruire quel paradigma scientifico
che rispetti e riveli il mistero della realtà. Il rigore è
requisito indispensabile per tutte le esperienze di conoscenza; un rigore,
ovviamente, inteso non come "rigidità", ma come "direzione"
a cui attenersi per non disperdersi nei labirinti delle diverse logiche.
Il rigore non è identificabile con la rigidità e
la freddezza (possibili significati contenuti nell'etimo di rigor),
bensì con un procedere dei propri passi secondo una "riga"
(altra etimologia), ossia un "procedere in modo coerente con le premesse".
Inteso come direzione, esso ha perciò una finalità che non
si identifica con l'esattezza: è la flessibilità di chi
sa guardare da tutti i lati ed anche se stesso nel proseguire il suo cammino,
è il calore di chi è coinvolto nella ricerca e non
assume il distacco dall'oggetto delle sue ricerche. È in tal senso
che Edmund Husserl ha definito la fenomenologia una scienza "rigorosa"
ma non "esatta"
.
Questa breve premessa epistemologica ci
consente di comprendere meglio perché la "professionalità"
nel lavoro sociale riservi ai sentimenti una funzione residuale e sottostimata,
sia sul piano scientifico sia su quello relazionale.
Il dominio della razionalità positivista
ha infatti continuato a sancire questa frattura fra l'ambito della scienza
(tecnica, logica, razionalità, oggettività) e quello del
sentimento (emotività, affettività), ed ha acuito la contrapposizione
tra ciò che è ammesso, auspicato e valorizzato, in ambito
professionale, e ciò che è bene ignorare e fare ignorare.
Alla separazione tra scienza e sentimenti corrisponde quindi la contrapposizione
tra il sapere "pubblico" istituzionalizzato nei servizi
e il sapere "privato" trasmesso nella famiglia e nelle
relazioni informali.
Alle origini dei servizi:
dal maternage alla professionalità,
dal privato al pubblico
Qualche accenno alla storia dei servizi sociali,
sanitari e socioeducativi può aiutare a comprendere le ragioni
del legame tra professionalità e impersonalità. La separazione
tra privato e pubblico nella gestione della cura è infatti strettamente
correlata alla cancellazione di tutto ciò che è espressione
del sentimento nei luoghi delle professioni di cura e nei percorsi formativi
degli operatori (in larga maggioranza donne).
Le radici delle professioni sociali affondano nelle attività filantropiche
e caritative, da sempre ambito delle attività di cura delle donne
.
Alle origini del servizio sociale ottocentesco si collocano quelle attività
di assistenza a poveri e malati, di lavoro volontario in ospedali e asili,
soprattutto per rispondere ai problemi sanitari e sociali posti dalle
epidemie e dalle guerre. Alla fine dell'Ottocento risalgono le prime esperienze
formative dirette a donne impegnate nel volontariato e si inizia a parlare
di servizio sociale "professionale". La prima attività
formativa in Europa ha inizio nel 1899 a Berlino, con un corso di un anno
per personale volontario, diretto da Alice Salomon. La vera istruzione
professionale si avvia nel 1904, ispirata al modello dell'americana Mary
Richmond.
Anche in Italia le origini del servizio sociale sono da ricercare nell'azione
volontaria e gratuita da parte di donne che, esercitando le loro competenze
acquisite in ambito familiare, intendono cambiare la società. La
filantropia assume poi una connotazione "politica" affiancando
alle attività rivolte a malati e bisognosi anche l'assistenza nelle
fabbriche. La prima scuola italiana per assistenti sociali nasce nel 1928
a Roma, come scuola esclusivamente e "necessariamente", con
lo scopo di contribuire soprattutto all'assistenza delle madri e dei loro
figli (attraverso i consultori, i centri medico-psico-pedagogici, gli
asili, ecc.), ma anche dei lavoratori e delle loro famiglie, con l'assistenza
nelle fabbriche. Successivamente, gli interventi si estendono ai quartieri
poveri o periferici, e agli ospedali, soprattutto nel secondo dopoguerra
.
Dai primi anni Ottanta la formazione viene inserita nelle Università
attraverso le "Scuole dirette a fini speciali per assistenti sociali"
(trasformate in "Diplomi Universitari in servizio sociale" nel
1994).
Si può ritenere che proprio tale origine femminile e filantropica
sia la principale ragione di questo bisogno di "riscatto" in
senso professionale che individua i requisiti principali nell'oggettività
e nell'impersonalità. E sono proprio le donne, massicciamente presenti
nel lavoro di cura, a volersi "emancipare" in senso scientifico
facendo cancellare le tracce delle competenze derivate dal maternage,
accettando la scissione tra curare ed aver cura, svalutando l'autorevolezza
di ogni sapere femminile legato alla cura, al corpo, alla nascita, alle
relazioni, all'empatia, al com-patire, al com-prendere. Le assistenti
sociali sono figure professionali tuttora incerte, nonostante la progressiva
"scientificizzazione" del percorso formativo. "Spesso nelle
USL o comunque nei servizi - pubblici e privati - non hanno una loro precisa
definizione professionale e quindi agiscono come se fossero medici mancati
o psicologi mancati, alla ricerca convulsa di una professionalità
definita che le metta al riparo dal riassorbimento nel buco nero del vecchio
modello di maternage. Non vogliono che la loro professionalità
richiami echi del lavoro di cura svolto nella casa, quindi sono feroci
nell'impersonalità, nel richiudersi dietro un'immagine neutra,
nel provare che loro non sono donnette, ma professioniste
.
Analogo percorso contraddistingue la storia della moderna professione
infermieristica, nata in Gran Bretagna nel 1840. Precedentemente non
esistevano infermiere addestrate, e questa era una professione marginale,
poco pagata e senza molta preparazione. Nella seconda metà dell'Ottocento,
con il progredire delle terapie, alle infermiere furono assegnati compiti
sempre più complessi, nuove responsabilità, ma anche nuove
abilità professionali. Florence Nightingale, dopo gli studi in
Germania, avviò una scuola di formazione per infermiere a Londra.
I cambiamenti apportati alla figura professionale furono notevoli ma,
in sintonia con i valori dell'età vittoriana, le nuove competenze
professionali richieste alle infermiere vennero sempre assimilate alle
qualità proprie dei ruoli femminili: obbedienza, disponibilità,
spirito di sacrificio. Era accettabile per le donne fare "opere buone",
e la professione di infermiera poteva rientrare in ciò: la stessa
Nightingale poté lasciare la propria casa senza sposarsi proprio
perché voleva dedicarsi ai malati
. Le nuove infermiere dovevano essere "donne brave" e "dall'elevato
carattere morale". Nella "brava infermiera" si esaltava
molto più la temperanza, la castità, la pulizia, ma anche
l'attitudine alla sottomissione, la devozione agli altri, l'abnegazione
.
Oltre a ciò, un tratto che ha contraddistinto le aspettative nei
confronti delle infermiere è, secondo la Kuhse, la metafora militare:
la malattia è il nemico e l'infermiera è il soldato che
deve eseguire i comandi del medico; le virtù richieste sono dunque
affidabilità, lealtà e obbedienza verso i superiori; subordinazione
che le rende pronte ad accettare anche orari di lavoro pesanti, paghe
basse, rischio, sacrificio di sé.
Se si prendono in considerazione, infine, le professioni educative
(ossia l'attività peculiare del tradizionale lavoro di cura femminile
nella famiglia), è facile constatare che anche questa attività
di cura dei bambini, gratuita in famiglia, quando si è tradotta
in cura professionale e remunerata nei servizi ha subito progressive trasformazioni.
Ma il passaggio di questo lavoro dalla famiglia al mercato non è
privo di contraddizioni, né per le donne che ne sono "liberate",
seppure parzialmente, in quanto madri, e possono accedere ad altre attività
professionali, né per le altre donne, "madri per professione",
che vedono la loro forza-lavoro per la produzione di questo servizio rivolto,
fondamentalmente, ad altre madri.
Agli elementi di continuità si aggiungono elementi di conflitto
riconducibili alle difficoltà delle donne adulte a rapportarsi
con l'infanzia in un ruolo non materno ma per molti aspetti sostitutivo
dei compiti materni (la maestra-mamma) e per di più nell'estraneità
di un lavoro salariato che, tuttavia, non produce merci. Per le donne
occupate nelle strutture educative, predisposizione materna e professionalità
spesso si sovrappongono e si trovano in conflitto per la difficoltà,
da parte delle educatrici, di rispondere simultaneamente ad un'esigenza
di disponibilità ai bisogni dei bambini ed alle esigenze connesse
alla propria condizione lavorativa (progettazione pedagogica, orari, compiti,
diritti dei lavoratori
) .
Questa contraddizione tende a risolversi in una divisione del lavoro tra
madri ed "educatrici professionali", in cui alle prime è
riconosciuta la pienezza del rapporto affettivo-emotivo con il bambino,
alle seconde le competenze riguardanti la socializzazione e l'istruzione
del bambino come "piccolo cittadino". La professionalizzazione
della cura dell'infanzia si riflette nello stesso modello relazionale
con i bambini: "l'estendersi dei servizi per la prima infanzia ha
reso necessaria la sostituzione del vecchio modello di educatrice di tipo
materno/vocazionale, con un modello educativo di tipo professionale. All'educatrice
formatasi su criteri di buon senso, che traspone nel lavoro con i bambini
la sua esperienza, o il suo desiderio di maternità, si va sostituendo
il modello dell'educatrice specializzata, interessata agli aspetti più
"professionalizzanti" del suo lavoro, come l'osservazione del
bambino, la stimolazione intellettuale ecc., e meno disponibile ad un
rapporto affettivo non "mediato"
.
Le donne, per rientrare nel lavoro di assistenza professionalizzato dentro
le istituzioni (lavoro tradizionalmente svolto in modo spontaneo dentro
la casa) hanno quindi dovuto espellere, prima di tutto, quelle caratteristiche
di attenzione all'affettività ed alle relazioni che caratterizzano
la cultura femminile, per assumere i canoni dell'impersonalità
come garanzia di professionalità. I saperi femminili relativi all'aver
cura si connotavano infatti come saperi di basso profilo rispetto ai saperi
"alti" della scienza e della tecnica che si esprimevano nell'oggettività
e nell'impersonalità.
Oltre la contrapposizione:
un incontro tra saperi
Quando le relazioni di cura, tramandate per
tradizione nei contesti familiari o nelle pratiche sociali di vicinato
o nelle attività filantropiche, sono divenute pratiche istituzionali
è avvenuta una separazione progressiva tra il comportamento "interno"
alla famiglia e l'azione "esterna". I servizi sociali hanno
assunto il compito di "proseguire" le attività di cura
avvalendosi di competenze e saperi specialistici e differenziandosi sul
piano metodologico. L'azione di servizi svolgeva, in modo meno estemporaneo
e più metodologicamente strutturato, ciò che la famiglia
non era in grado di fare. Sia che ciò riguardasse l'educazione
o l'istruzione, l'assistenza sociale o psicologica, la cura sanitaria
o qualsiasi altra forma di aiuto. Passate attraverso il controllo della
scienza, le modalità operative dei servizi hanno assunto progressivamente
una veste più professionale e dunque hanno cercato di dotarsi di
tutti quei requisiti di razionalità che le differenziassero in
modo marcato dalle pratiche ordinarie tradizionali della quotidianità.
L'espressione "presa in carico" è emblematica di questa
concezione: dove si arresta la capacità della famiglia di far fronte
ad una determinata situazione, lì subentra il servizio sociale/educativo/sanitario
che, proprio "prendendo in carico", espelle, esautora, esonera
le famiglie. Queste hanno pure al loro interno il caregiver le
cui azioni spesso non si integrano con quelle dei servizi, ma esprimono
un "farsi carico" da parte della famiglia che esonera, a sua
volta, i servizi dall'intervenire in determinate situazioni. La separazione
dei due mondi è netta.
Altrettanto netta è la gerarchia: il sapere delle istituzioni
è più scientifico di quello della famiglia e pertanto è
dominante e rivendica per sé il potere di decidere ciò che
è meglio per le persone. E lo fa in modo autoreferenziale,
secondo logiche interne al servizio. Molta storia dell'assistenza
è, notoriamente, storia di segregazione, di allontanamento, di
separazione, secondo la logica del "sorvegliare e punire"
.
L'architettura parla chiaro: se le scuole, le caserme, i manicomi e gli
ospedali si somigliano tanto è perché, in fondo, si reggono
su logiche simili.
Divise, camici, grembiuloni hanno rimarcato il confine (la divisa
che divide) tra il fare spontaneo, sostenuto dal semplice buon senso e
il fare scientifico, sostenuto da competenze tecniche. Istituzioni sempre
più complesse ed efficienti hanno creato un robusto apparato di
servizi sociali, sanitari, educativi sempre più professionalizzati.
Le modalità dell'educare, dell'accudire, dell'assistere e del curare,
perseguite dai servizi, sono ritenute di livello superiore alle modalità
familiari e informali, e la qualità delle prestazioni più
"affidabile". Tale affidabilità trova una sua giustificazione
anche nell'estromissione dei sentimenti che caratterizzano, invece, il
lavoro di cura familiare, e nell'assunzione di uno stile relazionale più
formale e distaccato (a garanzia della stessa scientificità).
Questa frattura, certo giustificabile storicamente,
tra il fare quotidiano e il fare delle istituzioni assume, volta a volta,
i caratteri dell'ammirazione riconoscente, del mugugno rancoroso, della
protesta esplicita, della rassegnazione a subire, della contrapposizione
ribelle, ma raramente del dialogo simmetrico tra persone. Chi sta "di
qua" dal servizio è posto di fronte ad un invisibile (non
sempre) sportello che lo pone in condizione di "utente", "assistito",
"paziente" o "cliente"
in ogni caso separato
da chi sta "di là" in questa contrapposizione di ruoli.
Ma è giunto forse un tempo in cui
è possibile, gettare ponti tra le famiglie e i servizi affinché
dalle contrapposizioni si possa passare ad una collaborazione.
L'agire scientifico delle professioni è
stato fortemente sopravvalutato rispetto all'agire informale della quotidianità,
estemporaneo ed affidato alla parola orale, all'esperienza personale,
ai vissuti. Il mondo pubblico dei servizi e delle istituzioni (scolastiche,
sanitarie ecc.) e il mondo privato, della casa e della famiglia,
si sono venuti reciprocamente definendo come un "interno" (l'autoreferenzialità
delle strutture) e un "esterno" (le famiglie, le case, i mondi
personali) dove vigono regole e prassi differenti. Le procedure
dei servizi non sanno e non vogliono sapere, in modo più o meno
drastico, nulla di ciò che afferisce quell'altrove in cui
si svolge la vita dei soggetti con cui sono in relazione; niente di ciò
che per le persone è significativo sul piano esistenziale accede
ai luoghi istituzionalizzati. Accade così che mondi ed esperienze
vissute restino represse per aderire alle regole delle strutture.
Naturalmente vi sono diversi gradi di separazione
e incomunicabilità nei diversi servizi ed è necessario sottolineare
con vigore che negli anni più recenti è avvenuto un progressivo
avvicinamento. In alcuni servizi si è sensibili alla fecondità
di una comunicazione più attenta alle esigenze degli utenti. Nonostante
molte dichiarazioni d'intenti, non si può ignorare tuttavia che
il percorso di avvicinamento è in gran parte da compiere, anche
in quei servizi, come le scuole, dove il dialogo con le famiglie è
da più tempo auspicato e perseguito (ma ben lungi dall'essere ancora
realizzato).
Il rapporto tra famiglia e scuola è
ritenuto necessario ma è "potenzialmente instabile e conflittuale"
. Dalla tradizione scolastica ottocentesca (l'imperante centralismo burocratico)
la famiglia è stata relegata ai margini delle decisioni prese nei
confronti degli alunni; ed anche nella scuola dei Decreti Delegati (legge
477 del 30.07.1973) le famiglie sono state chiamate ad essere presenza
minoritaria e marginale, con un voto sempre e solo consultivo. Da qui
la progressiva disaffezione alla partecipazione, già dagli anni
Ottanta.
La tradizionale estraneità/contrapposizione/contestazione
non si è ancora tradotta in quella collaborazione che, nel rispetto
delle rispettive modalità e competenze, superi le attuali asimmetrie
di rapporto.
Tali differenze asimmetriche, sottolineate
da precisi codici di comportamento, da sovrabbondanti elementi simbolici,
si esprimono nelle dinamiche comunicative stereotipate sul modello della
asimmetria dove chi ha competenze tecnico-scientifiche è in posizione
one-up, poiché sa e quindi dice e fa
cose diverse da chi non ha quelle medesime competenze e si trova in posizione
one-down
. Ciò significa che, nella scuola come negli altri
servizi educativi, sociali e, ancor più, in quelli sanitari, soltanto
specifiche competenze (tecnico-scientifiche), frutto di un preciso percorso
formativo, sono riconosciute come efficaci ed attendibili, mentre tutto
il sapere dei sentimenti, dell'intuizione, dell'affettività è
ignorato.
In realtà l'intuizione di una madre
non è necessariamente inferiore o contrapponibile a quella di un'educatrice,
di un'assistente sociale, di un'infermiera. Il vero problema è
che essa non ha voce e neppure si auto-legittima, spesso, nel valore da
assegnare alle sue competenze ed ai suoi vissuti esperienziali. Così
come non si auto-legittima (come abbiamo visto) l'operatrice stessa quando
si affida ai suoi vissuti esperienziali. Eppure quel livello di sapere,
nato dall'esperienza vissuta, potrebbe costituire un ponte prezioso per
i passaggi di comunicazione tra i territori dei saperi, indicare
i punti di attraversamento, la possibilità delle transizioni tra
mondo della scienza e mondo della vita quotidiana. Per questo occorre
togliere il velo che ancora nasconde il patrimonio dell'informale,
dell'affettivo, dell'emotivo, nell'incontro tra famiglie e servizi.
"Curare" o aver "cura"?
La distanza tra mondi e persone è
particolarmente evidente nei servizi sanitari, dove la separazione è
più netta e la differenza tra operatori sanitari e utenti è
marcatamente asimmetrica. Elementi simbolici (topologici, linguistici
e comportamentali) sottolineano le differenze tra "prendersi cura"
(to care o care about) di qualcuno e "curare" (to
cure o care for), ovvero tra la cura domestica e la cura che avviene
"dentro" la struttura sanitaria. Nelle situazioni legate all'ambito
sanitario sono più facilmente evidenti gli elementi di frattura
tra la vita quotidiana con i suoi vissuti e le modalità dell'istituzione
dove la cura può avvenire in assenza di qualsiasi "aver cura"
della persona .
Compito assunto dall'istituzione sanitaria sembra quello di curare corpi-oggetto,
spesso prescindendo dall'unità corpo-persona: ma è possibile
curare un corpo anonimo, inteso come un meccanismo, un corpo-macchina
da riparare, ignorando la persona-soggetto?
Curare senza aver cura è
il paradosso a cui la divisione tra scienza e soggetto ha condotto, rendendo
sempre più anonime le strutture stesse, improntate a regole imposte/subite
(ancorché incomprensibili) che spezzano i ritmi e i tempi di vita
precedenti l'ingresso nella struttura, che sottopongono le relazioni familiari
a lacerazioni emotive: rinviare una domanda, un incontro, una parola di
conforto. La cesura tra i due mondi è facilmente motivata: le medicine
che non si possono somministrare a casa, l'uso di strumenti e impianti,
di sale operatorie, flebo, macchine diagnostiche e apparecchiature tecniche
che impongono l'allontanamento dai luoghi familiari e l'immissione nel
circuito della scienza medica e delle sue tecniche. Ciò che uomini
e macchine della struttura sanitaria operano sul corpo malato è
assai diverso da ciò che si potrebbe effettuare in famiglia. E
gli enormi passi compiuti dalla medicina sembrano giustificare il suo
carattere dis-umano (cioè dimentico dell'umano), poiché
tante sono, davvero, le vite che vengono salvate.
Senza nulla togliere al sapere scientifico,
è però importante segnalare l'opportunità di non
perdere di vista l'umano, di non disperdere il soggettivo nell'oggettivo,
la persona nel degente. L'ospedale si appropria del corpo-cosa
malfunzionante e malato e cerca di restituirlo guarito, lo "cura",
dunque, senza "curarsi" del corpo-persona con le sue
preoccupazioni, le sue speranze, le sue abitudini, i suoi ricordi, la
sua storia che non è soltanto "anamnesi", ma anche modo
di essere al mondo.
Il sistema delle relazioni è erede di una logica custodialistica
di "sorveglianza", sottolineata dalle strutture architettoniche
a corridoio, dalle divise, dalle cuffiette. L'organizzazione spazio-temporale
rimarca la sacralità
inaccessibile dei luoghi separati: soglie
che si possono varcare soltanto in determinati momenti della giornata,
orari delle visite che scandiscono i momenti dell'incontro con i familiari
("visita parenti") e del loro conforto, tempi ridotti talora
a pochi minuti, proprio quando chi è in situazione di fragilità
fisica e psicologica ne avrebbe maggiore necessità.
Il bisogno relazionale non è soltanto del malato, ma anche dei
suoi familiari: non poter stringere la mano di un familiare sofferente
è una crudeltà in più. I corridoi, i ballatoi sono
prevalentemente i luoghi di sosta dei familiari in attesa di un responso,
spesso di un verdetto.
La struttura effettua un "ricovero"
che sottrae la persona alle sue relazioni affettive più
importanti, persino nei momenti estremi, come la morte. Il ricovero ospedaliero
trasforma in degenti. L'origine del termine rinvia ad "abitanti"
(da de-agere, passar la vita): si diventa abitanti di un altro
luogo, dove vigono altre leggi. E infine la struttura "restituisce"
alla quotidianità con un termine altrettanti significativo: "dimissione"
(da dis-mitto, mando via, allontano, dove il prefisso dis-
ha un significato negativo, di separazione).
Il sistema della comunicazione è
improntato all'impersonalità: suonare campanelli per chiamare,
non intrattenersi con parole o spiegazioni, mantenere le distanze.
Se si può affermare che "l'etica del 'prendersi cura' ha molto
poco a vedere con la medicina" e che "i medici vedono i pazienti
solo per un breve momento e di conseguenza spesso manca loro quella sollecita
comprensione individualizzata che costituisce una condizione necessaria
per una buona cura del paziente", sono allora le infermiere che si
prendono cura dei pazienti in maniera continua e sono più immediatamente
consapevoli e partecipi dei loro bisogni e desideri
.
Il linguaggio medico è spesso criptico, anche quando potrebbe
non esserlo, quasi ad accrescere le distanze comunicative. I pazienti,
non più persone, non sono chiamati per nome, e quasi mai interpellati
direttamente. Essi sono chiamati (anche in loro presenza!) con il nome
di un organo o di una malattia, oppure con il numero del letto: non "Maria",
ma "la colecisti".. o "il 19". La comunicazione medico-malato
non è mai diretta (come parlare con un oggetto?) ma generalmente
interfacciata da un operatore di grado inferiore: "Quanti anni ha
il paziente?". La struttura fortemente gerarchica delle relazioni
pone il primario in una posizione di sacralità lontana dai familiari
dei pazienti. Le relazioni con questi vengono generalmente gestite dai
livelli più bassi.
In tale contesto, è arduo mettersi
in gioco oltre la propria maschera e il proprio compito. Il timore di
bruciarsi è reale ed elevato. Ed è tanto più elevato
quanto più scarse sono state le occasioni per crescere emotivamente
e presentarsi meno impreparati alle occasioni relazionali, soprattutto
nelle "situazioni-limite". Persino il volontariato ospedaliero
avverte minore difficoltà a svolgere mansioni pratiche (alimentare,
aiutare nell'igiene, fornire assistenza), piuttosto che ad addentrarsi
nel lavoro sui sentimenti (dei degenti e dei volontari stessi!). Accade
così che proprio laddove la sofferenza avrebbe maggiormente bisogno
di dare e ricevere conforto, ci sia il vuoto di sapere e di competenze.
Lì tutto il tempio del sapere medicalistico si frantuma, si rivela
sprovvisto di risposte e nessuno conosce gli alfabeti che raccolgano le
lacrime. Lì sarebbe indispensabile conoscere e coltivare il sapere
dei sentimenti per non esserne travolti, sapendo deporre le maschere dei
ruoli. Lì occorrerebbe poter essere persone, ciascuna con le sue
competenze, ma anche ciascuna con la propria umana esistenza. Le competenze
mediche non saranno sminuite ma arricchite da una disposizione psicologica
ed umana capace di mettersi in gioco nella relazione con un'altra persona,
malata e sofferente, nella sua interezza di persona, anziché ridurla
ai suoi organi ed apparati.
Prospettive formative: dalla prestazione alla relazione
Porre attenzione scientifica e formativa
ai sentimenti implica una trasformazione della cultura dei servizi sociali
che li ponga non più nella prospettiva della "prestazione"
ma della "relazione".
Il cammino è lungo, richiede un
apprendistato che, a tutt'oggi, né le strutture, né le facoltà
universitarie, forniscono. Ciascun operatore cerca di gestire la dimensione
emotiva della sua professione con gli strumenti che ha trovato dentro
di sé, attraverso le esperienze della sua vita. Ma è evidente
a molti, ormai, che la dimensione emotiva non può continuare ad
essere ignorata nella scienza che cura e si prende cura.
Va quindi ribadita la necessità
che nel lavoro sociale la logica della prestazione sia accompagnata dalla
logica della relazione, poiché tutto il lavoro sociale è
contraddistinto da questa scissione e da una storia di "professionalità"
coincidente con codici di comportamento oggettivanti. E poiché
a questi servizi si rivolge praticamente tutta la popolazione, in diversi
momenti e circostanze (per i servizi educativi all'infanzia, o per l'assistenza
agli anziani, o per determinate condizioni di vita quali migrazione, handicap,
richiesta di alloggio, malattia ecc.), è decisiva l'educazione
all'aver cura
nei servizi di aiuto.
Sono tante le emozioni che accompagnano
le professioni di cura. E non è ulteriormente sostenibile che la
professionalità esiga assenza di sensibilità. Emozioni e
sentimenti "eliminati" o soppressi o repressi, che fine fanno?
Questa negazione o rimozione non ammette spazio ai sentimenti, non dà
voce alle emozioni, non attribuisce significato a una parte importante
dei compiti professionali.
Può essere molto pericoloso, per
il lavoro di cura, essere investiti da sentimenti soffocati o ignorati
o mal governati, piuttosto che assumerne consapevolezza e utilizzarli
come elementi costitutivi della professionalità stessa. Non riconoscerli
e non nominarli può far credere di tenerli sotto controllo, ma
porta certamente a manifestarli in forme non sempre corrette o compatibili
con le funzioni professionali e, soprattutto, con le proprie risorse emotive.
Il rischio di un "analfabetismo emozionale",
negato o rimosso con più o meno arroganza, impone i suoi limiti
e le sue gravi insufficienze proprio in quei contesti in cui sarebbe necessario
comprendere le emozioni dell'altro e saper esprimere le proprie, per non
restare paralizzati da incomprensibili problemi di comunicazione, o per
non liquidarli ai danni dell'interlocutore
.
Di fronte al disagio, al dolore, alla morte
è certamente difficile trovare risorse emotive. Quali strumenti
di presa di coscienza o di presa di distanza rispetto al coinvolgimento
emotivo che deriva dal Tu del sofferente?
La persona che soffre non è più,
come afferma Frankl, la persona attiva ed operosa (l'homo faber)
e spesso perde anche la sua lucidità di pensiero intellettuale
(l'homo sapiens), ma è diventata homo patiens, persona
che è nel dolore e può essere aiutata a mostrare a se stessa
e agli altri l'insopprimibile presenza del dolore nella vita umana, ma
anche la possibilità di viverlo con dignità
.
"L'uomo dolente, perdendo la sua autosufficienza,
magari in precedenza coltivata in modo presuntuoso o illusorio, si accorge
di dover dipendere, per aspetti vitali, dall'altro. (
) Ora la ricerca
del Tu è intrisa dal peso dei propri limiti, diventa quindi una
necessità, un percorso obbligato, una condizione imprescindibile
"
.
Agli operatori è richiesto di essere quel Tu che accompagna il
destinatario di un verdetto nell'emozione derivante dal suo contenuto.
Ma chi accompagna il promulgatore del verdetto nelle emozioni di un simile
compito? Difficile trovare le parole adatte per comunicare sentenze talvolta
tragiche e difficile farlo senza coinvolgimento emotivo. Veder morire,
comunicare una morte è sempre un turbamento. In molti casi manca
completamente la capacità di relazionarsi all'altro, di capire
cosa sta "passando" nella mente e nel cuore dell'altra persona
e a volte, se pure si ha la capacità di capire, non si hanno gli
strumenti per aiutare l'altro. Nella relazione di cura la gestione dei
sentimenti è la cosa più urgente, c'è bisogno di
supportare gli operatori su questo versante.
Abbandonati a se stessi, tanto il medico, l'assistente sociale, l'infermiera
quanto il paziente o i familiari sono spesso sprovvisti di risposte di
senso.
L'operatore come esperto di relazioni interpersonali
La separazione tra mondo affettivo e mondo intellettivo
si mostra da tempo infondata sul piano teoretico e improduttiva sul piano
pratico.
"Il riferimento all'enfasi del razionale
e del logico e ad un montante tecnicismo serve anche a porre in risalto,
per l'uomo contemporaneo, povertà affettiva, conformismo emotivo-sentimentale,
indisponibilità empatica, inattitudine ad avviare e mantenere relazioni
intrapersonali ed interpersonali affettivamente dense e qualificate. La
proposta della grande impresa della formazione affettiva prende l'avvio
dalla constatazione dei forti condizionamenti negativi esercitati sull'essere
umano da una sociocultura omologante e deaffettivizzante, mercantilistica
e utilitaristica, responsabile non poco dell'incapacità dell'uomo
di dare voce alle emozioni e ai sentimenti, di ascoltare la propria affettività
e di prendersi cura di essa, di rispettarla come racconto dell'oscurità
e dell'alterità che sono nella soggettiva interiorità"
.
Per comprendere quanto gli operatori sociali
ed educativi siano sottoposti ad un profondo logoramento emotivo basta
pensare che, dagli anni Cinquanta ad oggi, in un crescendo di quantità
e di intensità, non c'è stata alcuna questione sociale che
non li abbia coinvolti direttamente "in trincea": dalla salute
ai servizi educativi, dalle tossicodipendenze alle disabilità,
dal sistema penitenziario all'immigrazione. Esporsi ai disagi emotivi
derivanti dal reiterato e coinvolgente contatto con la sofferenza, dal
prolungarsi della tensione emotiva professionale anche nella dimensione
personale, dall'incerto confine tra lavoro e vita privata richiede coraggio
e disposizione d'animo esistenzialmente volta al prendersi cura.
Si tratta di professionalità dai
confini indeterminati, spesso vaghe nel mandato e nelle prestazioni richieste,
inserite all'interno di strutture burocratizzate e prive di prospettive
di carriera, per di più non adeguatamente remunerate e di scarso
riconoscimento sociale.
Da un lato l'enfasi attuale sui vissuti
dà per scontata la loro importanza nella dimensione affettiva,
emotiva, "empatica" della relazione, d'altro lato però
manca un riconoscimento concreto del valore di questi elementi costitutivi
dello specifico professionale; manca quindi la capacità di riconoscerli
ed usarli nella relazione.
Le difficoltà delle relazioni interumane,
mostrando che la struttura sanitaria o sociale o educativa non si prende
cura, ci interroga contemporaneamente su quale uso professionale
dell'emotività sia possibile ipotizzare. La formazione agli aspetti
emotivi della professionalità dell'operatore socio-educativo chiama
in causa l'orientamento delle strutture sociali, educative, sanitarie
nelle scelte prioritarie riguardo alle risorse umane ed alle relazioni,
ma chiama in causa, contestualmente, anche elementi appartenenti alla
soggettività individuale, alla storia del singolo, ai suoi
progetti esistenziali che si intrecciano con quelli professionali
motivandone scelte e stili. Soddisfazione o disagio presenti nella fase
iniziale della scelta professionale o insorti e rinforzati dalle condizioni
lavorative, sono comunque espressione di una dimensione emotiva che deve
essere ri-conosciuta per meglio difendersi dalla sindrome burn-out
e per essere utilizzata più consapevolmente nelle relazioni che
la professione richiede.
Poiché, in buona misura, la "salute"
dell'organizzazione di un servizio dipende, circolarmente, dalla salute
dei suoi operatori, si possono pertanto auspicare occasioni iniziali e
permanenti di educazione ai sentimenti per prendere confidenza con le
emozioni che il proprio lavoro comporta e quindi imparare a stare meglio
emotivamente. Ma tutto ciò non potrà essere realizzato senza
ridare dignità di sapere ai sentimenti, riconoscendoli come
fondamento delle professioni di cura.
[1]A.M. Fines, E. Aronson,
D. Kafry, Burn-out: from tedium to personal growth, New York,
Free Press, 1981; C. Cherniss, La Sindrome del Burn-out: lo stress
lavorativo degli operatori dei servizi socio-sanitari, Torino,
Centro scientifico torinese, 1983 (2° ed. 1992); G. Contessa (a
cura di), L'operatore cortocircuitato, Milano, Clup, 1987;
F. Pellegrino, La sindrome del Burn-Out, Torino, Centro Scientifico
Editore, 2002; P. Mannucci, L. Poggesi, A. Maggino, L'educatore
di professione e i rischi di Burnout, Tirrenia, Edizioni del Cerro,
2000.
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| |
|
| [2]G. Contessa (a cura di),
L'operatore cortocircuitato, cit., p. 12. |
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|
| [3]C. Cherniss, Op. cit. |
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|
| [4]P. Collodi, "Il burnout:
una lettura a spirale", in G. Badolato (a cura di), Le donne
nelle professioni di aiuto. Una ricerca sul burnout femminile,
Torino, Borla, 1993, p. 47. |
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| |
|
| [5]Ivi, pp. 54 ss. |
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| |
|
| [6]E. Morin, Il metodo,
Milano, Feltrinelli, 1983, p. 28. |
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| |
|
| [7]Ibidem. |
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| |
|
| [8]Cfr. E. Husserl, La
crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale,
Milano, Il Saggiatore, 1972. |
 |
| |
|
| [9]P. Benvenuti, D. Gristina,
La donna e il servizio sociale. Iidentità sessuale e professionale
dell'assistente sociale, Milano, Franco Angeli, 1998, p. 59. |
 |
| |
|
| [10]Ibidem. |
 |
| |
|
| [11]M. Piazza, "Dal
lavoro di cura al lavoro professionale. Sinergie, contaminazioni,
perversioni", in AA. VV., Il libro della cura. Di sé
degli altri del mondo, Torino, Rosenberg & Sellier, 1999,
pp. 100-101. |
 |
| |
|
| [12]E. Kuhse, Prendersi
cura. L'etica e la professione di infermiera, Edizioni di Comunità,
Milano, 2000, pp. 28-29. |
 |
| |
|
| [13]Ivi, p. 39. |
 |
| |
|
| [14]M. Bianchi, I servizi
sociali. Lavoro femminile, lavoro professionale, lavoro familiare,
Bari, De Donato, 1981, pp. 17-18. |
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| |
|
| [15]Ivi, pp. 15-17. |
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| |
|
| [16]Cfr. M. Foucault, Sorvegliare
e punire, Torino, Einaudi, 1976. |
 |
| |
|
| [17]Cfr. N. Galli, "Il
ruolo dei genitori nel rinnovamento del sistema formativo", in
Pedagogia e vita, n. 4, 1988, pp. 22 ss. |
 |
| |
|
| [18]Cfr. P. Watzlawick, J.H.
Beavin, D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana,
Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1971, p. 47. |
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| |
|
| [19]Per la distinzione tra
curare e aver cura cfr. L. Mortari, Aver cura della vita della
mente, Firenze, La Nuova Italia, 2001, pp. 17 ss. |
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|
[20]Non a caso coloro che
non sanno di medicina si definiscono "profani" (che significa
"coloro che stanno fuori, davanti, fuori, "pro"
rispetto al tempio "fanum").
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|
| [21]E. Kuhse, Op. cit.,
p. III e p. XIX. |
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|
| [22]C. Palmieri, La cura
educativa. Riflessioni ed esperienze tra le pieghe dell'educare,
Milano, Franco Angeli, 2000. |
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|
| [23]Cfr. M. Contini, Per
una pedagogia delle emozioni, La Nuova Italia, Firenze, 1992. |
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|
| [24]V.E. Frankl, Homo
patiens. Soffrire con dignità, Brescia, Queriniana, 1988. |
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|
| [25]P. Roveda, "Verso
un significato della sofferenza", in Pedagogia e vita,
n. 3, 2003, p. 39. |
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|
| [26]B. Rossi, Pedagogia
degli affetti, Bari, Laterza, 2002, p. VI. |
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